Come operare su un territorio ricco di storia e di servizi per quanto riguarda i senza dimora e le persone con dipendenze da alcol e sostanze? Come intervenire senza sovrapporsi con chi già opera da anni sul campo con successo? Come dare risposta alla necessità da tempo identificata di andare oltre un modello puramente assistenzialistico?

Queste domande hanno accompagnato fin dall’inizio la nostra associazione e i partner di Fondazione Progetto Arca Onlus e Cooperativa Sociale Saman Servizi che insieme a noi hanno realizzato il progetto “Connessioni di cambiamento” finanziato dal fondo FSE mediante bando pubblico della Regione Lombardia.
Abbiamo unito tre identità, tre storie e tre aree di competenza per interrogarci sulla costruzione di un modello che potesse offrire alle persone agganciate una chance per rimettersi a pensare a se stessi e alla propria vita fuori dall’emergenza della contingenza, laddove possibile.

STAZIONE CENTRALE E VIA PADOVA:
CROCEVIA DI RISORSE E CONFLITTI

Tre equipe hanno unito gli sforzi per definire pratiche di lavoro sociale, confrontarsi sui percorsi delle persone prese in carico, coordinarsi con le risorse presenti sul territorio e riflettere sugli interventi volta a volta effettuati.
Due sono le aree in cui abbiamo operato: stazione Centrale e via Padova.
La prima è crocevia di numerose organizzazioni e volontari che in vario modo offrono pasti caldi, coperte, indumenti puliti, preservativi, accompagnamenti a dormitori e docce, danno informazioni sull’assistenza medica e psichiatrica.
La nostra sfida ha riguardato il come inserirsi senza ripetersi, valorizzando gli interventi presenti e differenziandosi in base alle esigenze emerse e agli obiettivi di progetto.

Un’unità di strada composta da psicologi e counsellor ha così potuto mettere in campo competenze di ascolto attivo per comprendere gli spazi di possibilità e di attivazione di ciascuna persona incontrata.
Chi ha espresso il desiderio di tirarsi fuori da una situazione incistata, ha accettato di mettersi in gioco e ha collaborato con gli operatori per: rifare documenti, andare ad una visita medica, riprendere la terapia per l’HIV, recuperare occhiali nuovi, scegliere di rientrare nel paese d’origine, curare la routine di igiene quotidiana, accedere ad una borsa-lavoro, iniziare a parlare di bisogni e desideri, dello scarto tra realtà e fantasia, di questioni di coppia o decidere di tentare un collocamento in dormitorio.
A volte i bisogni primari sono stati il volano per costruire spazi sociali per una costruzione di senso collettiva: il pranzo al centro diurno, ad esempio, è diventato il modo per creare un contesto di condivisione al femminile di temi, problemi ed esperienze.

L’uso e l’abuso di alcol e sostanze fanno parte della quotidianità di molte persone agganciate e accompagnate in questi brevi percorsi di empowerment: per questo i servizi pubblici dedicati alle dipendenze così come con altri rivolti a questo target sono stati un interlocutore fondamentale.

Insieme ai percorsi di aggancio in strada e di inclusione sociale e lavorativa, la collaborazione con la cooperativa B-Cam e il progetto di coesione sociale nel quartiere di via Padova ha dato modo di lavorare insieme a comitati e associazioni di cittadini/e per superare le conflittualità legate ad alcolismo e all’attività di prostituzione in aree come quella dei giardini di via Mosso.
Da questa collaborazione è emersa l’importanza dell’azione di governance delle istituzioni sui territori complessi, senza la quale gli sforzi e l’impegno dei cittadini attivi rischia di diventare insufficiente o frustrato.

DALLE BUONE PRATICHE ALLA COSTRUZIONE DI UN MODELLO

In 12 mesi di operatività, il progetto ha avuto modo di impostare buone pratiche che hanno manifestato già alcuni risultati: per 205 beneficiari raggiunti, 60 sono stati presi in carico, 25 coinvolti in colloqui di orientamento lavorativo e 4 in percorsi terapeutici per un totale di più di 700 colloqui informativi e di ascolto realizzati in strada, quasi 400 al centro diurno e 48 al centro clinico.

Consolidare un modello di lavoro richiederebbe almeno un triennio di operatività con lo stesso personale coinvolto.
Sicuramente un elemento positivo è stata la disponibilità di tutte le operatrici e gli operatori coinvolti di uscire da modalità operative e orizzonti teorici predefiniti: pur portando la tradizione e la cultura specifiche di ciascuna organizzazione, c’è stata la volontà di costruire veramente qualcosa di nuovo che faccia incontrare la complessità dei problemi incontrati con le possibilità concrete dell’utenza.

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