La violenza di genere è un problema delle donne? Dove possono posizionarsi gli uomini nel femminismo? Ne abbiamo parlato con 7 uomini che hanno deciso di schierarsi contro la violenza.

Dopo la recente vicenda di Sarah Everard, avvenuta a Londra pochi giorni prima dell’8 Marzo, è saltata all’attenzione della cronaca un’indagine condotta per UN Women Uk, indagine che ha rilevato come il 97% delle donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni nel Regno Unito abbia subìto molestie sessuali. Cosa ci dice questa altissima percentuale? Ci dice che, anche se “non tutti gli uomini” fanno violenza, il dato certo è che praticamente tutte le donne la subiscono, dalle microaggressioni continue ai casi più drammatici.

La violenza è quindi un problema delle donne, che devono imparare a difendersi, o piuttosto degli uomini, che dovrebbero imparare a non aggredire?

Basta condannare i singoli casi eclatanti o è necessaria una riflessione più ampia e un cambiamento profondo e del modo in cui ci rappresentiamo i generi e le interazioni tra di essi?
Il rischio di affrontare queste questioni come problemi delle donne è che, per quanto se ne possa parlare e si possa acquisire consapevolezza, in questo modo non si può avere un reale effetto sulle discriminazioni, sugli atteggiamenti violenti, sulle ingiustizie sociali e sulle aggressioni agite per mano degli uomini nei confronti delle donne. Ma se la maggior parte delle aggressioni, la grandissima maggioranza degli stupri (sì, sia di quelli subìti dalle donne che di quelli subìti dagli uomini) sono messi in atto dagli uomini, il problema è davvero delle donne o bisognerebbe lavorare invece sul concetto di mascolinità che ci raccontiamo nella nostra cultura e sulle dinamiche di potere che ne derivano?

Spesso si tende a confondere l’identità di genere con la rappresentazione culturale di ciò che l’appartenenza a un genere dovrebbe comportare. Lo possiamo vedere in ambito artistico, sportivo, dalle scelte di abbigliamento a quelle di vita, lo vediamo dai ruoli nelle dinamiche relazionali e intime. Ma come si decostruiscono questi ruoli? Servono modelli diversi, non solo per le donne, ma anche e soprattutto per gli uomini, modelli di mascolinità non prevaricante che possano risignificare la virilità maschile.

Non basta non comportarsi in modo sessista – quello sarebbe il minimo sindacale per non scadere nell’illegalità – è necessario prendere una posizione, adoperarsi attivamente per decostruire un modello culturale che ci riguarda tutti e tutte e che tende a rinchiuderci in ruoli prestabiliti e gerarchie dannose.

Ne abbiamo parlato con 7 uomini che una posizione l’hanno presa.

LORENZO GASPARRINI, scrittore e filosofo femminista, ci ha parlato di come esista un racconto sociale centrato sul maschio -bianco etero cis occidentale- che lo rende impermeabile alle altre presenze, agli altri racconti sociali. Si tratta di un sistema oppressivo, e questo va riconosciuto dagli uomini, non in un’ottica di colpa e autoflagellazione, ma come presa di coscienza e responsabilizzazione maschile. “Quando dico ‘non tutti gli uomini’ io mi sto disinteressando al problema, perché non mi coinvolge direttamente, ma in realtà è un problema sociale che coinvolge tutti, anche uomini; i nostri atteggiamenti che sembrerebbero più innocui fanno comunque parte del sistema sociale e lo influenzano: vanno riesaminati alla luce di questo, dedicando maggiore ascolto alle voci delle donne. Diamo per assunte molte cose, privilegi che pensiamo ci siano dovuti e diritti sulle donne e sui loro corpi.”

I femminismi (perché sì, i femminismi sono molti e storicamente si sono focalizzati su diversi diritti e rivendicazioni) parlano agli uomini, parlano di cose che li riguardano, che hanno un ruolo importante nel formare l’identità maschile.

È facile schierarsi contro il singolo episodio di cronaca brutale (e nemmeno così tanto visti i continui fenomeni di victim blaiming), ma manca la consapevolezza dei costrutti culturali che questi episodi li rendono possibili o addirittura li favoriscono.

Per ogni uomo che uccide ce ne saranno 100 che picchiano, per ognuno che picchia ce ne saranno 100 che minacciano, ricattano, fanno gaslighting. Fenomeno sociale significa questo, i casi più spettacolari non possono essere considerati in maniera isolata dal resto, altrimenti non si va alla radice del problema

Anche a livello mediatico si parla degli episodi di violenza come di casi isolati, dovuti a mele marce, persone pazze o con problemi di salute mentale, tra l’altro in questo modo stigmatizzando le disabilità mentali. Ma manca una consapevolezza del tema come problema sociale che ci riguarda tutt*: gli uomini si professano contro il singolo caso di cronaca ma faticano di più a prendere una posizione in merito al problema più ampio della mentalità condivisa, della cultura sessista e dell’ingiustizia sociale. E finiamo con l’essere circondat* da uomini che affermano che una donna “non la toccherebbero nemmeno con un dito” salvo poi non assumerla, riconoscerle minori diritti, dare per scontato che si occupi della casa, del lavoro di cura, che dìa priorità ai bisogni maschili rispetto ai propri.

“Inoltre non guardare il quadro completo impedisce agli uomini di fare un discorso di genere, di chiedersi ‘cosa abbiamo che non va, perché ci identifichiamo così?’ Io uomo che non ho mai fatto male a nessuno, non dovrei interrogarmi su cosa mi distingue dal femminicida, dovrei invece interrogarmi su cosa abbiamo in comune, su quale idea di uomo ci lega. Dati alla mano ci si accorge che violenze e femminicidi avvengono tra tutti gli strati sociali, tra tutti i livelli culturali, in tutte le situazioni geografiche ed economiche, allora diventa evidente che esiste un’educazione al maschile profondamente sbagliata e che è proprio questo a tenere insieme tutti questi fenomeni.”

 

 

Un altro aspetto è che il genere maschile è considerato come una “minaccia latente”: le donne sono colpite a tal punto dalla violenza di genere da affrettare il passo ogni qual volta si trovano a camminare per strada in un luogo isolato e un uomo si avvicina, stringersi nel cappotto, cambiare lato della strada, simulare telefonate o organizzarne di reali, impugnare le chiavi anche se il tratto di strada da fare è ancora lungo. Questi accorgimenti e limitazioni della libertà delle donne sono motivati da paure reali e, come abbiamo detto, diffuse in maniera capillare. Ma dovrebbero essere proprio gli uomini ad attivarsi per cercare di discostarsi da questo modello intimidatorio. È una limitazione anche per gli uomini vedersi rappresentati come una minaccia, bisogna cambiare questo racconto sociale, battersi per cambiare il modello, cosa che  i femminismi fanno, rivolgendosi dunque anche agli uomini.

La tematica dell’educazione è stata ripresa da MUSTEENO, rapper e fondatore di Street Arts Academy, che ha posto l’attenzione sulla responsabilità artistica di costituire un megafono, sul potere di influenzare la società, compiendo uno sforzo attivo, prendendo una posizione sul tema e non limitandosi a non “fare del male”. Musteeno ha anche ricordato che nonostante i passi avanti, c’è molta strada ancora da fare per raggiungere la parità.

Musteeno ci ha deliziat* con un rap improvvisato costruito su alcune parole che gli abbiamo dato al momento. Per rivederlo MUSTEENO RAP

[…continua]

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