La legge n. 903 del 9 dicembre 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro è al suo 43esimo compleanno. Meglio nota come “Legge Anselmi” dal nome della Ministra del lavoro del tempo, Tina Anselmi, prima donna ministra della Repubblica eletta un anno prima.

Possiamo parlare ancora di discriminazione delle donne nel mondo del lavoro?
Purtroppo si, sotto numerosi aspetti:

  • Se le donne che lavorano sono aumentate, si trovano però quasi sempre alla base delle gerarchie, e hanno molte più difficoltà a raggiungere posizioni di prestigio. Questo fenomeno prende il nome di Glass Ceiling, ovvero “soffitto di cristallo”: una barriera invisibile che impedisce alla maggior parte delle donne di raggiungere livelli alti nel corso della carriera: un uomo viene scelto per una determinata posizione se è competente a sufficienza, una donna se è eccezionale;
  • A parità di mansioni, le donne vengono pagate meno degli uomini: questo fenomeno prende il nome di Gender Pay Gap e avviene anche quando le donne riescono a raggiungere posizioni di alto profilo;
  • Ancora oggi, sulle donne ricade la maggior parte della gestione del lavoro familiare e domestico, le mansioni cosiddette “di cura”, tradizionalmente attribuite al femminile: moltissime donne lasciano il lavoro dopo aver avuto figli. È ancora pratica frequente – anche se illegale – quella di fare domande alle donne, in sede di assunzione, sulle loro intenzioni riguardo al matrimonio e all’avere figli. Tale problema si è accentuato nell’ultimo anno in conseguenza all’emergenza COVID-19, con bambini rimasti a casa da scuola, lavoratrici in smart working con un doppio carico di lavoro – casalingo + retribuito, e in molti casi senza più poter contare sull’aiuto dei nonni, risorsa preziosissima e vero patrimonio italiano nella gestione dei figli in mancanza di welfare e aiuti statali;
  • Esiste ancora un forte sessismo sul mondo del lavoro, troppo spesso a parità di mansioni ed esperienza un uomo viene appellato con il suo titolo professionale mentre una donna viene chiamata “signora” o “signorina”. Non sono rare le richieste da parte di clienti e collaboratori che si trovino davanti a una donna di “parlare con il capo”, dando per scontato che non sia lei, o addirittura di poter parlare con un collega “da uomo a uomo”.

La strada da fare è ancora lunga per raggiungere la parità di trattamento, ma solo così si potrà avere una reale meritocrazia nel mondo del lavoro.

Di seguito riportiamo parzialmente il testo della legge:

1. È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o ramo di attività, a tutti livelli della gerarchia professionale. La discriminazione di cui al comma precedente è vietata anche se attuata: Attraverso il riferimento allo Stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza; in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo di stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.

2. La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare i criteri comuni per uomini e donne.

3. È vietata qualsiasi discriminazione fra uomini e donne per quanto riguarda l’attribuzione delle qualifiche, delle mansioni e la progressione nella carriera. Le assenze dal lavoro, previste dagli articoli 4 e 5 della legge 30 dicembre 1971, numero 1204, sono considerate, ai fini della progressione della carriera, come attività lavorativa, quando i contratti collettivi non richiedano a tale scopo particolari requisiti.

 

 

 

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