Nel periodo di lockdown e dopo, quando alcune attività educative sono riprese, abbiamo affiancato docenti ed educatori/trici dei centri estivi offrendo supervisioni psicopedagogiche che potessero coadiuvare il loro lavoro, supportarli nella nuova sfida educativa e didattica, nella ridefinizione o recupero del proprio ruolo educativo e sostenendoli nell’interpretare nuovi vissuti emotivi e nuove modalità di vicinanza ai propri allievi/e.

Un’esperienza stimolante anche per noi professionisti/e che per la prima volta abbiamo avuto a che fare coi nostri temi più cari (educazione e metodologia didattica) in uno scenario completamente nuovo, quello della pandemia in corso.

Abbiamo così costruito, parola su parola, un dialogo continuo in cui circolasse uno scambio di esperienze e impressioni, idee e bisogni, tra noi, tra gli/le insegnati e quindi anche tra colleghi e colleghe.

Quasi tutti/e i/le docenti (dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado) hanno usato la parola “reinventarsi” per sfogare la fatica sottesa, ma sottolineare anche lo slancio verso un nuovo orizzonte che li ha portati a trasformare e trasformarsi.

La creatività (una skill a parer nostro spesso e purtroppo silenziata) ha giocato la sua partita migliore, spingendo a formulare con invettiva nuovi approcci e strumenti.

Sono diventati momenti preziosi quelli in cui ci si è potuti fermare (come durante le supervisioni da noi gestite), arrestare il pensiero, metabolizzare quanto si stava vivendo in prima persona e quale esperienza di scuola si stava facendo vivere ai propri allievi/e.

Uscire per un attimo da quel senso di urgenza che ogni emergenza inevitabilmente muove, guardare e guardarsi dall’alto per chiedersi ‘dove stiamo andando’? Dove sto portando i miei studenti e le mie studentesse ora che dalla nave siamo scesi tutti e ci ritroviamo a navigare in questo mare di incertezze ognuno sulla propria barchetta? Come posso permettere comunque a tutti di mirare verso lo stesso orizzonte garantendo il blasonato “distanti ma vicini”?

Come mai prima, la pandemia vissuta ha reso sottili i confini tra vita professionale e vita privata. Sempre più permeabile è diventato lo strato di separazione tra il lavoro e la sfera personale. Docenti e studenti hanno svelato entrambi un po’ di più sul proprio focolaio domestico attraverso l’occhio della videocamera che entrava e usciva da case, camere e cucine di chi ha sempre coltivato la propria relazione in un setting neutro, quello della scuola, e ora si è ritrovato ospite senza invito. Persino chi ha rifiutato di accendere la telecamera, ha raccontato qualcosa di più di sé, ponendo in alcuni casi nuovi interrogativi a chi ha funzione di educare o dando risposte che erano introvabili tra i banchi di scuola.

Preoccupazioni e sentimenti di inadeguatezza sono stati trasversali a docente e discente; catapultati insieme in un nuovo spazio relazionale.

Queste sono alcune delle questioni che hanno spinto molti/e operatori/trici della scuola a rivolgersi a noi per trovare unitamente risposte ai tanti dubbi e pensare a approcci innovativi.

A questioni più pedagogiche si è affiancato anche un bisogno di formazione tecnica e specifica per far si che il multimediale potesse diventare un attrezzo del mestiere, ma anche un approfondimento sul tema della sicurezza e dei dispositivi utili a garantire l’adempimento delle norme ministeriali e regionali, si è reso necessario.

Chi si è trovato a gestire i centri estivi dopo il lockdown ha immediatamente espresso il bisogno di avere stabilità, confini e riferimenti chiari che potessero guidare l’azione quotidiana. La bellezza di donare ai bambini il tanto atteso momento di socializzazione, gioco e incontro coi pari è stata invasa dalla preoccupazione di garantire un ambiente sicuro e dalla consapevolezza di dover gestire casi eventuali applicando nuovi protocolli mai usati prima. Anche il più esperto o la più esperta educatrice si sono trovati in qualche modo ad esercitare il proprio ruolo e le proprie competenze in una maniera più naif, privati di quel bagaglio di esperienza che spesso è un paracadute in tante situazioni, trovandosi in un contesto in cui tutti hanno mosso i primi passi. Per questi motivi, è stato forte metabolizzare il proprio ruolo in cui le sfumature del “buon/a educatore/trice” hanno assunto i colori anche del “bravo/a regolatore/trice” per mediare un sistema che ha dovuto garantire cura, divertimento, apprendimento, socializzazione e nuove forme di sicurezza.

Questo è lo scenario che ci stiamo lasciando alle spalle. Siamo sicuramente più pronti/e ad affrontare le eventuali sfide future che ci si presenteranno innanzi, consapevoli delle nostre fragilità, ma anche forti nel riconoscere che spesso nuove competenze e risorse si esprimono proprio nei momenti di maggiori criticità e che il confronto, il dialogo e la condivisione possono essere sempre carte vincenti da mettere in gioco.

 

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