20 novembre: TDOR (Transgender day of remembrance), giornata in cui si ricordano tutte le persone transgender uccise, picchiate, violentate, discriminate perché odio, ignoranza e intolleranza imperversano ancora nella nostra società.

Se oggi il nostro pensiero va da una parte alle vittime, a chi non c’è più, dall’altra vogliamo riflettere anche e soprattutto su chi c’è; vorremmo che il TDor fosse l’occasione per riflettere sulla condizione sociale delle persone transgender. Si può ignorare qualcosa che è reale? O è giusto guardare in faccia ogni volto della realtà che condividiamo e prendere posizione?

La transessualità parla ai/alle non-trans e induce a confrontarsi con la propria idea di “diversità”: quanto si può accettare, tollerare, includere ciò che si sente lontano da sé?

Davanti a questa incapacità di considerare l’Altro vi è sicuramente la paura che comunemente si ha della “diversità”. Le persone transgender sembrano mischiare le carte in tavola di chi è propenso a mantenere in equilibrio la personale idea di mondo.

Ambiguità fisiche, documenti discordi, non conformità alle aspettative creano corto circuiti non facilmente risolvibili se non ci si apre all’idea della pluralità delle possibilità e dell’inclusività, se non si inizia a guardare le persone per quello che fondamentalmente sono: persone.

Atteggiamenti espulsivi e discriminatori sono ancora troppo consueti e si esplicitano in ogni aspetto di vita: lavoro, formazione, amicizie, famiglia, ricerca abitativa.

Può una società definirsi civile se crea lei stessa invisibili ed emarginati?

Anni di lotta per vedersi riconosciuti semplici diritti hanno dato nel tempo alcuni risultati e la condizione delle persone transgender è sicuramente in evoluzione, ma occorre certamente accelerare i passi; è necessario elaborare nuove narrazioni, aprirsi a una cultura inclusiva, pluralista, in cui la società sappia dialogare con ogni parte di sé.

 

 

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